Vittorio Zucconi, La Repubblica, 27/06/1997, 27 giugno 1997
Claire non respirava già più, ma riusciva ancora a sognare. Giaceva sul tavolo operatorio con il torace aperto e svuotato dai chirurghi, come si svuota un vecchio cassetto ingombro di cianfrusaglia inutile, in attesa che cuore e polmoni nuovi le arrivassero dal cielo, portati da un piccolo reattore a noleggio che volava verso di lei; nel sonno dell’anestesia le apparve un giovane sconosciuto
Claire non respirava già più, ma riusciva ancora a sognare. Giaceva sul tavolo operatorio con il torace aperto e svuotato dai chirurghi, come si svuota un vecchio cassetto ingombro di cianfrusaglia inutile, in attesa che cuore e polmoni nuovi le arrivassero dal cielo, portati da un piccolo reattore a noleggio che volava verso di lei; nel sonno dell’anestesia le apparve un giovane sconosciuto. Si baciarono, nel «bacio più profondo che io avessi mai provato», dice oggi Claire e lei «respirò il suo respiro»; sette ore più tardi, si svegliò credendo di avere soltanto cuore e polmoni nuovi, e si sbagliava. Il suo era stato un trapianto di anima. Claire Sylvia è la più celebre trapiantata d’America, è la donna che ha sfidato le nostre fragili certezze biologiche e ha rinnovato il vecchio, dolce mito del cuore come sede della personalità e dell’anima. I chirurghi sorridono. I biologi scuotono la testa infastiditi. Gli psicologi danno spiegazioni psicologiche quando leggono la storia della sua vita appena pubblicata da una seria casa editrice di New York (Little & Brown) già sceneggiata per il cinema e scritta da William Novak, autorevole biografo di Nancy Reagan. E anche a noi, che scienziati non siamo, riesce difficile crederle, prendere per buona la sua storia, con quelle frasette da romanzo per signorine Felìcita, quel «respirare il suo respiro». Ma poi leggiamo. E poco alla volta la tentazione è quella di subire con lei, come dice il titolo della biografia, «A Change of Heart», un cambio di cuore, dunque di opinione.