Michele Smargiassi, La Repubblica, 22/07/1997, 22 luglio 1997
Ripensare: dolcissimo veleno. «Ogni tanto ci casco, mi trovo a raccontare ”quando facevo”, ”quando andavo”, ”quando compravo”
Ripensare: dolcissimo veleno. «Ogni tanto ci casco, mi trovo a raccontare ”quando facevo”, ”quando andavo”, ”quando compravo”. Per un po’ ti consola. Ma alla fine ti resta un coltello nel cuore». Adesso che vede un po’ di luce in fondo al tunnel, Albano Galanti ha deciso di rompere il retrovisore. «La memoria è zavorra, ti tira giù e io ho voglia di andare avanti». Quindi, basta: chiusi in un cassetto i ricordi della bella casa in collina, della seconda casa a Gabicce, del lavoro di prestigio, delle macchine comode, delle vacanze in Laguna, del denaro che pioveva quasi da solo sul conto corrente a fine mese. In un altro cassetto i ricordi di questi quattro anni d’incubo, per casa un’automobile, per guardaroba un paio di vestiti, per orizzonte il buio. Si ricomincia, a 49 anni, da quel che c’è: un letto nel dormitorio di un’associazione cattolica, un lavoro rude ma sicuro: facchino di notte al mercato ortofrutticolo. Senza rimpianti, «non me li posso permettere», sorride. Uno su cento non ce la fa. Per la precisione: lo 0,9 per cento della popolazione del nord Italia è fatta di «ceto medio impoverito», diplomati e laureati che vivono in condizione di povertà, dice l’Istat. Al sud sono il 9%, dato che porta la media nazionale al 3,6: però da Bologna in su non ci sono gli eserciti della disoccupazione intellettuale meridionale a gonfiare le statistiche. E uno su cento non è comunque una piccola fetta. Ci sono dentro i manager licenziati, i dirigenti travolti dalle turbolenze del mercato del lavoro, i tecnici a cui la rivoluzione elettronica ha eliminato d’un tratto non solo il posto di lavoro, ma lo stesso mestiere (che fine avranno fatto i perforatori di schede meccanografiche?). Vite intere da riformattare, consumi garantiti da abbandonare per sempre, collaudate way of life da buttare nel cestino.