Michele Smargiassi, La Repubblica, 22/07/1997, 22 luglio 1997
Albano almeno di rancore non ne ha, per necessità vitale: «Guai a sentirsi sfortunato, vittima, perseguitato
Albano almeno di rancore non ne ha, per necessità vitale: «Guai a sentirsi sfortunato, vittima, perseguitato. Ti chiudi e non ti muovi più». Ora che, da appena due mesi, ha un letto pulito e pasti regolari, riesce perfino a sorridersi addosso: «In questi quattro anni ho dormito nei migliori quartieri residenziali di Bologna. Bastava trovare un parcheggio e abbassare il sedile». Eppure, anche all’estremità del suo percorso estremo la sua storia resta emblematica. Storia di precarietà anni Novanta, di mestieri insicuri e mutevoli, che qualcuno chiama «flessibilità». «Ho fatto lo scaricatore in nero per una cooperativa, il sorvegliante, l’istruttore di equitazione, il commesso di mangimi». Sveglie all’alba per comperare il giornale, correre alla pagina delle offerte di lavoro acchiappare il telefono «per sentirsi dire, alle 8 di mattina, ”abbiamo già trovato”». Sconcerto di sapere che a 49 anni sei ancora in forma e capace, ma non per chi ti deve assumere. Amarezza di scoprire che il tuo sapere si è volatilizzato: «Son stato un pioniere dell’informatica: ma se mi mette davanti a quel computer non so dove cominciare». La vecchia vita che ti svanisce attorno come un sogno all’alba, gli amici che scompaiono, «qualcuno a cui ricordi un vecchio prestito e ti dà le 30 mila, ma con l’aria di farti l’elemosina». Nuovi amici al posto dei vecchi, «spesso più veri, più disinteressati: mi ha aiutato di più chi era nelle mie condizioni».