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 1997  luglio 22 Martedì calendario

Quando D’Alema dice che «il garantismo di Berlusconi assomiglia troppo alla richiesta di impunità per i potenti», i casi sono due: o dice una cosa giusta, o ne dice una sbagliata

Quando D’Alema dice che «il garantismo di Berlusconi assomiglia troppo alla richiesta di impunità per i potenti», i casi sono due: o dice una cosa giusta, o ne dice una sbagliata. Secondo Berlusconi, invece, dice una cosa «stalinista». Perché? Non si sa. E sicuramente non vale la pena chiederselo. Perché per Berlusconi «stalinista» non è una parola provvista di senso, ma una specie di abitudine labiale, un comfort sonoro, un segnale familiare, come il trillo della radiosveglia, il blo-blo-blo della caffettiera, il tic-tac della pendola, lo scroscio dello sciacquone: qualcosa che ci tiene compagnia da così tanto tempo, ormai, che non sapremmo più come farne a meno. Solo il Sommo Poeta (che per me è Giovanni Pascoli. Voi fate come vi pare) saprebbe cogliere, nel rosario di «stalinista» che esce di bocca a Berlusconi, l’umile poesia, e magari il fascino onomatopeico. Non so, una cosa come: «Voce argentina, adoro/il cantico sonoro/ quando nel vespro insisti/ a dire ”stalinisti!” Di sta e di lin tintinna/il borgo che si ninna./ Dilla!. Ti prego, dilla/quella parola arcana/ che in punta di tonsilla/fa un suono di campana».