Mario Baudino, La Stampa, 23/07/1997, 23 luglio 1997
C’è nella grande letteratura italiana un poeta ingombrante, amato e snobbato, che sta molto bene nella definizione proposta da Cesare Garboli quando presentò il suo monumentale studio sulle Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (Einaudi): «Pascoli è un poeta divertente, molto divertente (questa è la mia opinione) ma anche un poeta di eterno elugubre piagnisteo - e questa è un’opinione largamente accreditata»
C’è nella grande letteratura italiana un poeta ingombrante, amato e snobbato, che sta molto bene nella definizione proposta da Cesare Garboli quando presentò il suo monumentale studio sulle Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli (Einaudi): «Pascoli è un poeta divertente, molto divertente (questa è la mia opinione) ma anche un poeta di eterno elugubre piagnisteo - e questa è un’opinione largamente accreditata». Nonostante le riserve di Benedetto Croce gli studiosi non gli hanno mai contestato un’assoluta eminenza: soprattutto Gianfranco Contini, che lo considerava secondo solo a Leopardi. Ma per la gran parte di chi lo ha frequentato a scuola è ridicolo, piagnucoloso, ”vecchio”, da dimenticare. Da dimenticare?