Emanuela Audisio, La Repubblica, 31/07/1997, 31 luglio 1997
Fa comodo non vedere, non sentire, ma 198 di loro si sono confessati, nel 1995. Mica un secolo fa. Tutti sprinter e atleti di alto livello
Fa comodo non vedere, non sentire, ma 198 di loro si sono confessati, nel 1995. Mica un secolo fa. Tutti sprinter e atleti di alto livello. La verità in cambio dell’anonimato. Non è che la domanda avesse tanti giri di parola: vi offrono una droga che migliori le vostre prestazioni e vi garantiscono due cose: non verrete beccati, vincerete. Cosa fate? Centonovantacinque hanno detto sì, tre no. La domanda dopo era ancora più cruda? Vi offrono una droga con l’assicurazione che non sarete scoperti, vincerete ogni gara nei prossimi cinque anni, ma morirete per gli effetti del doping. Accettate? Più della metà degli atleti ha risposto sì. Bob Goldman, il dottore di Chicago che dall’82 si occupa della diffusione del doping nello sport e che ogni due anni manda in giro un questionario, dice che ogni volta è la stessa risposta. Un sì netto, incondizionato. E Goldman se ne intende, visto che ha scritto il libro Morte nello spogliatoio. Il suo collega olandese Michel Karsten che negli ultimi venticinque anni ha prescritto steroidi e anabolizzanti a centinaia di atleti di alto livello conferma: «Se avete un talento speciale potete vincere una volta, ma se volete continuare a farlo sempre dovete drogarvi. Altrimenti non ce la fate. Il campo è troppo pieno di dopati».