Emanuela Audisio, La Repubblica, 31/07/1997, 31 luglio 1997
In un’inchiesta di ”Sports Illustrated” atleti, allenatori, trafficanti di doping, dottori, hanno tutti ammesso che le grandi competizioni, Olimpiadi comprese, sono un «carnevale del doping, un laboratorio vivente, un mercato trafficato dei nuovi guru dell’illecito»
In un’inchiesta di ”Sports Illustrated” atleti, allenatori, trafficanti di doping, dottori, hanno tutti ammesso che le grandi competizioni, Olimpiadi comprese, sono un «carnevale del doping, un laboratorio vivente, un mercato trafficato dei nuovi guru dell’illecito». Contro i quali nulla si può, nemmeno con i test. Parola di Donald Catlin, direttore del laboratorio Cio presso la Ucla: «I campioni sanno che non possiamo smascherarli, che non verranno segnalati dai nostri strumenti». Molti di loro, degli atleti, non vorrebbero drogarsi: ma gli altri lo fanno. E allora? «E allora vengono e mi dicono, dottore, o lei e gli altri riuscite a fermare l’abuso del doping, oppure lo devo fare anch’io. Aggiungono: non ho nessuna intenzione di passare i prossimi due anni della mia vita lontano dalla famiglia, allenandomi come una bestia per poi essere fregato da un europeo o da un asiatico che nel sangue ha di tutto» dice Robert Voy, responsabile dell’antidoping nell’84 e ’88 per il Comitato olimpico americano. Fa niente, se poi capita di crepare. Un mezzofondista europeo ha dichiarato: «C’è gente che va ai funerali dell’amico, morto di Epo, torna a casa e se l’inietta di nuovo».