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 1997  luglio 30 Mercoledì calendario

E torniamo al contratto. In esso la Cima, il cui nome è preceduto con regolarità ossessiva dalla qualifica di Poetessa (maiuscolo), si impegnava a dare notizia ogni anno alla casa editrice del contenuto delle undici buste lasciatele da Montale (due delle quali, a quell’epoca, già aperte e già pubblicate in altrettante plaquette)

E torniamo al contratto. In esso la Cima, il cui nome è preceduto con regolarità ossessiva dalla qualifica di Poetessa (maiuscolo), si impegnava a dare notizia ogni anno alla casa editrice del contenuto delle undici buste lasciatele da Montale (due delle quali, a quell’epoca, già aperte e già pubblicate in altrettante plaquette). La questione delle buste è una questione scottante. Esistevano davvero? vero, come Annalisa Cima ha dichiarato più volte, che sarebbero state consegnate dal poeta stesso a un notaio? Ed eventualmente di che notaio si tratta? Alla Mondadori non ne sanno niente. Intanto, rileggendo una vecchia intervista rilasciata a Giorgio Calcagno («La Stampa») il 13 settembre 1986, si scopre che «lei [la Cima] si presentava, con un piccolo registratore nella borsetta, per fissare» i dialoghi con il poeta. E ancora, era la stessa Musa ad accennare sibillinamente a una sorta di «diario poetico, registrato», «parallelo a quello scritto. Di lì nascevano le poesie». E poi, sempre la Cima, senza minimamente accennare a buste o involucri di alcun genere, rivelava in quell’occasione che Montale usava scrivere delle poesie dopo la conversazione o a distanza di tempo, consegnandole brevi manu alla sua interlocutrice: «Parlavamo di un tema e dopo sette o otto giorni arrivava la poesia. Mi diceva: ”Buttale pure se non ti sembrano belle”... Sono poesie scritte su foglietti, cartoline, sui libri che mi regalava». Dei libri non c’è traccia nella puntuale descrizione delle carte posta dalla Bettarini come appendice al volume. Dove sono finiti?