Vittorio Zucconi, La Repubblica, 06/08/1997, 6 agosto 1997
La voce principale del disavanzo infatti viene ormai dai prodotti che le industrie americane si fanno fabbricare all’estero, soprattutto in Asia, e poi reimportano per venderli a profitti più alti sul mercato interno
La voce principale del disavanzo infatti viene ormai dai prodotti che le industrie americane si fanno fabbricare all’estero, soprattutto in Asia, e poi reimportano per venderli a profitti più alti sul mercato interno. Quanto più il dollaro si rafforza, tanto più grande è la tentazione di spostare tutti i lavori manufatturieri oltre il confine del Rio Grande od oltre l’oceano Pacifico: chi paga gli operai in Cina e poi incassa dollari a New York, guadagna due volte sulla crescita della moneta USA. «Finora - dice l’economista Allan Sinai - la creazione di posti di lavoro nei settori dei servizi e della tecnologia ha compensato il risucchio di posti oltre confine. Ma in una possibile inversione di clima economico e di congiuntura, nessuno sa esattamente quali ricadute questo potrebbe avere». Gli economisti e gli analisti sono pagati per preoccuparsi, e per immaginare il futuro. Ma se i risultati recenti sono un’indicazione probante, i professionisti non hanno brillato. Nel 1995, soltanto un columnist di «Forbes», Krieger, osò scrivere che era il momento di comperare dollari. Ma da allora, il «toro» ha guadagnato il 50% nei confronti dello yen e il 20% contro la media della monete europee. Wall Street, grande idrovora di investimenti e quindi grande motore di crescita per il dollaro, è stata data per moribonda dozzine volte, negli 8 anni da che dura sua corsa. E le grandi multinazionali, come la General Electric che incassano all’estero un quinto dei loro profitti, si limitano a lasciare incassi internazionali sul posto in Europa o in Asia, quando il dollaro è forte, e a farli rientrare a casa quando le valute estere rafforzano.