Paolo Guzzanti, La Stampa, 22/07/1997, 22 luglio 1997
In Grecia, Alexis ci aveva accolto, noi e il nostro gruppo (una allegra brigata con innesto di alcuni torinesi di Lotta Continua ruvidi e genuini) come principi: ci portò in un meraviglioso ristorante da cui si vedeva l’Acropoli e fummo trattati come amici dell’eroe, dunque come semieroi
In Grecia, Alexis ci aveva accolto, noi e il nostro gruppo (una allegra brigata con innesto di alcuni torinesi di Lotta Continua ruvidi e genuini) come principi: ci portò in un meraviglioso ristorante da cui si vedeva l’Acropoli e fummo trattati come amici dell’eroe, dunque come semieroi. Mangiammo e bevemmo, e ci ubriacammo e ci addormentammo in un clima di sogno, di canzoni popolari e democratiche, anzi rivoluzionarie, sia greche sia italiane e spagnole. Fu una bella gara sotto le stelle. E i figli, che avevano allora una decina d’anni, giocavano, cantavano, si addormentavano e si lamentavano per le zanzare. Atene splendeva, le nostre anime anche. Panagulis si congedò con occhi dolci e tristi, ci abbracciò e lo abbracciammo. Commossi e grati. Qualche settimana dopo ci ripresentammo, sulla via del ritorno, nello stesso ristorante, dicemmo ai camerieri e al padrone che eravamo gli amici di Panagulis tornati per ritrovare l’incanto e i cibi e vini resinati della prima volta.