Paolo Guzzanti, La Stampa, 22/07/1997, 22 luglio 1997
Il turpiloquio era entrato per la prima volta di prepotenza nel modo di parlare dei bambini. Ricordo una bambina bella come un angelo dai lunghi serici capelli biondi, gli occhi azzurri e il costumino giallo che cercava sconsolata un fermaglino che le era caduto nella polvere e brontolava una litania che diceva: «Ma dove cazzo sta, ma dove cazzo è finito
Il turpiloquio era entrato per la prima volta di prepotenza nel modo di parlare dei bambini. Ricordo una bambina bella come un angelo dai lunghi serici capelli biondi, gli occhi azzurri e il costumino giallo che cercava sconsolata un fermaglino che le era caduto nella polvere e brontolava una litania che diceva: «Ma dove cazzo sta, ma dove cazzo è finito...». Anche le femministe del nostro gruppo macinavano allora un turpiloquio che doveva avere in quel momento una valenza ideologica importante e parificatrice.