Orio Caldiron, Il Mattino, 03/08/1997, 3 agosto 1997
Essere figlio di una nubile o, come si diceva allora, di N.N., gli pesa sempre di più a mano a mano che cresce perché vive l’emarginazione del comportamento scostante dei compagni di giochi
Essere figlio di una nubile o, come si diceva allora, di N.N., gli pesa sempre di più a mano a mano che cresce perché vive l’emarginazione del comportamento scostante dei compagni di giochi. Tanto più che è povero e viene spesso vestito con pantaloni ricavati dalle gonne smesse di sua madre. Una volta, addirittura, questi indumenti di fortuna sono a fiori e agli amici non par vero di potergli dare del «femminiello» e del «ricchione». Il piccolo Totò si ribella. Se li toglie e così, in mutande, improvvisa delle smorfie accompagnate da movimenti di tutto il corpo. Questi si zittiscono e finiscono con il divertirsi moltissimo alla sua esibizione tanto che alla fine lo applaudono. La sua infanzia trascorre per lo più solitaria. i suoi giochi sono quelli dei bambini poveri costretti a trovare modo di divertirsi per la strada tirando calci a un barattolo, in mancanza di un pallone, o saltando in una «campana» disegnata per terra con il gesso. Ma c’è un gioco che ama fare da solo a casa, ed è fingersi prete. Forse perché per lui il prete rappresenta un’autorità bonaria che ha un suo spazio autonomo in cui dominare ed è rispettato dalla madre, dalla nonna e soprattutto dai compagni di strada. Prepara così degli altarini con immagini di santi e lumini e si mette a officiare davanti inventando filastrocche strampalate.