Marco Esposito, La Repubblica, 12/08/1997; R.E.S., La Stampa 12/08/1997., 12 agosto 1997
L’attacco al ”porto franco di Trieste” del ministro delle Finanze tedesche, Theo Waigel, ha attirato l’attenzione sulle zone fiscalmente ”off shore” del nostro paese (cioè agevolate
L’attacco al ”porto franco di Trieste” del ministro delle Finanze tedesche, Theo Waigel, ha attirato l’attenzione sulle zone fiscalmente ”off shore” del nostro paese (cioè agevolate. ”off shore” alla lettera significa ”in mezzo al mare”). Trieste non è ancora un porto franco, perché l’iter autorizzativo, che si compie davanti a una commissione dell’Unione europea, non è ancora completo. Quando entrerà in funzione, offrirà agevolazioni a imprese assicurative o bancarie dell’Europa orientale. Ma gli sconti non potranno superare i 65 miliardi in tre anni e tutto il sistema ”off shore” non potrà restare in piedi più di sessanta mesi. Dietro Trieste, ci sono poi le richieste di altre località italiane, sempre al vaglio dell’apposita commissione europea: Napoli Est, Gioia Tauro, Manfredonia, Gela, Genova, Venezia, Livorno, Civitavecchia. I progetti italiani sono al momento in tutto 39. Ma si tratta sempre di poca roba a confronto di quello che avviene nei paradisi fiscali propriamente detti. A parte i noti casi della periferia di Dublino, delle isole di Jersey e di Guernseye, del Lussemburgo, di Montecarlo, ecc., alle Cayman (Caraibi) ci sono 18 mila società e banche di 56 paesi, nelle Antille Olandesi 46 banche, alle Bahamas non si pagano tasse, i controlli valutari sono scarsi ed è possibile fondare società anonime senza capitale e tenendo le assemblee col sistema della videoconferenza. L’ultima moda sono però i porti franchi dell’Oceania Nauru, Vanuatu, Tonga, Marshall e Marianne del Nord, dove è possibile aprire una banca senza alcun controllo da parte dell’autorità pubblica e senza che ai clienti sia data alcuna garanzia. Il rischio è alto, ma il sistema è ottimo per riciclare denaro sporco.