Umberto Eco, L’Espresso, 21/08/1997, 21 agosto 1997
Ora tutti abbiamo in casa altoparlantini che stanno in una mano e attraverso i quali, se non si è esigenti, si può ascoltare a pieno volume preludio e morte d’Isotta
Ora tutti abbiamo in casa altoparlantini che stanno in una mano e attraverso i quali, se non si è esigenti, si può ascoltare a pieno volume preludio e morte d’Isotta. Se ce ne fosse uno ogni tanti metri, sui binari, alle entrate e accanto ai vari chioschi, chiunque riceverebbe comunicazioni sussurrate come una dichiarazione d’amore. Fate una botta di conti, calcolando il prezzo di questi aggeggi, e vedete che il sistema, anche in una grande stazione, costerebbe una cifra abbordabile. Non elimineremmo così le vittime, ma renderemmo più umana l’odissea dei sopravvissuti. Però non dipende solo da fattori tecnici ed economici: quello che manca è una disposizione a riconoscere nel pubblico un interlocutore, ed è una malattia che ha radici profonde, più della senescenza dei binari.