Anna Guaita, Il Messaggero, 10/08/1997, 10 agosto 1997
Ne aveva ingoiate undici. E non ce la faceva più. La nausea l’aveva attanagliata, i conati di vomito la facevano sudare freddo
Ne aveva ingoiate undici. E non ce la faceva più. La nausea l’aveva attanagliata, i conati di vomito la facevano sudare freddo. Tremava. Davanti a lei, in un vassoio, rimanevano 49 involucri. Il cargador la guardava infuriato: lo aveva assicurato che sarebbe stata capace di contrabbandare le 60 capsule di eroina, e invece era appena all’undicesima e non riusciva più a buttarne giù neanche una. Eppure si era allenata per settimane, aveva ingoiato hot-dogs interi, olive, chicchi d’uva, e si era abituata a controllare l’istintivo conato di vomito. Due giorni non toccava cibo, per avere lo stomaco sgombro, in grado di contenere gli involucri. Aveva anche preso delle pasticche antiacido. Ma la realtà si stava rivelando peggiore di quanto le avevano detto: le capsule di eroina formate dalle dita di un guanto di plastica erano dure come il marmo.