Anna Guaita, Il Messaggero, 10/08/1997, 10 agosto 1997
Il fidanzato, Reynaldo, aveva compiuto due viaggi da «portatore» negli Stati Uniti. Due «carichi» di 60 capsule nello stomaco
Il fidanzato, Reynaldo, aveva compiuto due viaggi da «portatore» negli Stati Uniti. Due «carichi» di 60 capsule nello stomaco. Ed era tornato a Pereira con 10 mila dollari dopo ciascuna missione. Voleva provarci anche lei. Quella notte, nella cucina del cargador, il boss locale incaricato di reclutare i «portatori» e di «caricarli», Maria riuscì a ingoiare solo 15 capsule. Il cargador l’aveva aiutato cospargendo di burro quelle ultime quattro, per farle scivolare meglio in gola. «Quindici capsule valgono meno – l’avvertì l’uomo – ti darò solo 2 mila dollari». Il rischio rimaneva comunque altissimo. La ragazza sapeva di avere una «finestra» di 36 ore prima che gli acidi gastrici corrodessero la gomma degli involucri, mettendole in circolo 30 grammi di eroina purissima e uccidendola in pochi secondi. Eppure seppe mantenere la calma, ingannando tutti nel tragitto da Pereira a Miami. Gli assistenti di volo, addestrati a riconoscere i portatori per il nervosismo e per la disappetenza, non si accorsero di nulla. Nulla sospettò l’agente dell’immigrazione, che pure le fece il terzo grado: Maria si fingeva una studentessa in vacanza, era incensurata, carina. Passò indenne attraverso le maglie dell’antidroga americana. Ma sapeva che nell’aeroporto c’era un reparto con una fila di gabinetti sotto il diretto controllo della polizia: se le autorità avessero sospettato che il suo stomaco era pieno di droga, l’avrebbero fatta sedere lì fino a che non le avrebbe espulse. Poi sarebbe stata chiusa in prigione. Per un minimo di cinque anni. Decine di portatori finivano così ogni mese.