Orio Caldiron, Il Mattino, 06/08/1997, 6 agosto 1997
Anche se il suo successo cresce, Totò non guadagna ancora abbastanza per mettersi dei vestiti nuovi
Anche se il suo successo cresce, Totò non guadagna ancora abbastanza per mettersi dei vestiti nuovi. costretto a girare sempre con il cappotto addosso per nascondere le toppe dei pantaloni. Finalmente un giorno si presenta senza cappotto al barbiere Pasqualino che è diventato suo amico. Quando lo vede venirgli incontro con uno striminzito abito da cerimonia con i pantaloni a righe, la giacca nera, la cravatta grigia, il colletto inamidato e la bombetta, gli chiede se va a cantare a un matrimonio. Totò gli confessa che ha dovuto aspettare la scadenza del contratto con Jovinelli per avere la liquidazione e fare così cambio con un conoscente che gli ha dato quel vestito in cambio del cappotto e l’aggiunta di ventitré lire. Prima non aveva neppure i soldi per comperarsi un paio di pantaloni nuovi. Impietosito dalle sue ristrettezze economiche, Pasqualino, parrucchiere di via Fratina, amico di attori e impresari, riesce a far scritturare Totò da Salvatore Catadi e Wolfango Cavaniglia proprietari del teatro «Sala Umberto I» in via della Mercede. Fino ad allora il suo corredo teatrale era composto da un solo abito di scena. L’attore si costruisce così un vestito dettato dall’estro e dalla povertà che diventerà per anni il corredo inscindibile della sua maschera. Una logora bombetta, un night troppo largo, una camicia liscia con il colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni corti e larghi a saltafosso, calze colorate, comuni scarpe nere basse.