Giancarlo Padovan, Corriere della Sera, 18/11/1997, 18 novembre 1997
«Lui ha insegnato a me più di quanto io abbia insegnato a lui. Aveva di tutto una visione assolutamente personale»
«Lui ha insegnato a me più di quanto io abbia insegnato a lui. Aveva di tutto una visione assolutamente personale». La prima volta? «Lo conobbi a Roma, dovevo fargli un’intervista per ”Stampa Sera”, era il ’69 e facevo la giornalista. Tenevo una rubrica su personaggi famosi. Herrera non sapevo chi fosse». Ricordi? «Era vestito in maniera clamorosa. Portava scarpe bianche come confetti e un anello d’oro con incise due lettere: H.H. Le metteva ovunque» Colpita da cosa? «Dalla sua diversità assoluta: era un essere selvaggio, nel senso virginale del termine». Dopo la morte l’ha rivisto? «No. E stata già dura sopportare la sua immobilità all’ospedale. Non si sarebbe accettato così come un Prometeo incatenato. Ricorda la faccia che esibiva in panchina? Un delinquente, guardi qua. Me ne ha fatte passare di tutti i colori. Eppure, sono felice». Felice di avere sofferto? «Anche. Helenio era un uomo crudele, prepotente, dittatoriale. Però, così intelligente da non potersene staccare».