Famiglia Cristiana, n. 48, 03/12/1997, 3 dicembre 1997
Fino a che punto è lecito a un marito, cattolico praticante, desiderare la propria moglie che ha sempre «faticato» ad accettarlo come uomo? Una volta si diceva che la donna aveva dei doveri coniugali precisi e, se non li assolveva, commetteva peccato
Fino a che punto è lecito a un marito, cattolico praticante, desiderare la propria moglie che ha sempre «faticato» ad accettarlo come uomo? Una volta si diceva che la donna aveva dei doveri coniugali precisi e, se non li assolveva, commetteva peccato. Ora, dato che nella Chiesa molte cose stanno cambiando, vorrei sapere da lei se a noi mariti è rimasto ancora qualche diritto, o se abbiamo soltanto dei doveri. C’è chi si separa e chi cerca altrove quel che non trova in casa, ma io non voglio arrivare a tanto. E allora quale suggerimento mi dà per non continuare a fare... l’asino e portare la soma? Lettore Veneto Ho già detto la mia su questo punto, anche di recente, procurandomi qualche guaio per il modo in cui la risposta è stata ripresa e commentata dai mezzi di comunicazione. Il sugo del discorso è comunque questo: il sì degli sposi, che è sostanza del patto coniugale e del sacramento, include anche il dono reciproco dei corpi, per cui un rifiuto ingiustificato può configurarsi come colpa. Il principio è dunque chiaro ed è tuttora valido. La novità - se così la si vuol chiamare per capirsi meglio - consiste nel fatto che oggi l’accento si è spostato dalla rivendicazione di un diritto, dall’imposizione, dalla prevaricazione dell’uomo sulla donna, alla reciprocità, al rispetto, al dialogo, in una parola all’amore autentico che non può esaurirsi nella fisicità del rapporto, nella prestazione sessuale per di più esigita come un dovere, un «debito» appunto, come usava ancora dire qualche decennio fa. La legittimità del desiderio ha come contropartita la generosa e gioiosa partecipazione di ambedue i coniugi.