Gabriele Romagnoli, La Stampa, 11/11/1997, 11 novembre 1997
Quando uscì di galera lo cercò per qualche tempo, ma gli dissero che era morto nell’incendio che aveva bruciato la casa della sua famiglia adottiva e lasciò perdere
Quando uscì di galera lo cercò per qualche tempo, ma gli dissero che era morto nell’incendio che aveva bruciato la casa della sua famiglia adottiva e lasciò perdere. Tornò alla sua rotaia, più violento e allucinato di prima. Adesso era un rapinatore vero e deciso: entrava nelle drogherie armato e si faceva dare l’incasso, altrimenti sparava. Sentiva le voci dei demoni e l’unico modo per farle tacere era obbedire ai loro comandi. Gli inflissero condanne sempre più elevate; fino a diciotto anni. Ma in cella dava di matto. Lo mandarono all’ospedale di Tulsa, per esaminare la sua mente malata. Scappò. Rubò una Thunderbird e guidò fino all’Arkansas. Il 7 febbraio 1980, all’età di quarant’anni, rapinò una stazione di servizio e prese due ostaggi. Sparò alla loro testa in un campo di grano. Uno morì lasciando una vedova e una bambina di sette anni. L’altro, con quattro pallottole in corpo, sopravvisse abbastanza per poter arrivare al processo, riconoscerlo, dire: « lui l’assassino» e ascoltare la condanna a morte di Darrel Wayne Hill.