Gabriele Romagnoli, La Stampa, 11/11/1997, 11 novembre 1997
Tutto questo era ignoto a Bill Wayne Hill, che all’epoca aveva diciotto anni e viveva a Bartlesvill, a una sessantina di chilometri da Tulsa
Tutto questo era ignoto a Bill Wayne Hill, che all’epoca aveva diciotto anni e viveva a Bartlesvill, a una sessantina di chilometri da Tulsa. Non sapeva neppure di chiamarsi Bill Wayne Hill, in verità. Per tutti, e anche per lui, era Jeffrey Timothy Landrigan, figlio di Nick, geologo e Dot, casalinga. Abitava in una bella casa, in un quartiere residenziale. Era cresciuto nella bambagia: aveva avuto i giocattoli più belli, le scuole migliori. Bastava chiedesse e gli era dato. Eppure , Jeff non era un ragazzo tranquillo. Aveva un temperamento violento, facile alle risse. Portava un coltello e lo tirava fuori ogni volta che qualcuno lo prendeva in giro dicendo: «I tuoi ti hanno dato via». Aveva cominciato a bere a dieci anni. A fumare marijuana a quattordici. A diciotto anni, mentre il suo padre naturale entrava nel braccio della morte, lui entrò in una clinica, per essere disintossicato dall’alcol, a spese dei Landrigan. Ne uscì che sembrava guarito. Si sposò, perfino. Un anno dopo era in prigione per spaccio di droga. Il suo compagno di cella, che veniva da Tulsa, lo guardò e disse: «Sei il ritratto sputato di uno che ho conosciuto tempo fa, un tipo chiamato Darrel Wayne Hill. Un duro. Credo che adesso sia in galera nell’Arkansas».