Gabriele Romagnoli, La Stampa, 11/11/1997, 11 novembre 1997
Un giorno Darrel ha ricevuto una lettera. Cominciava così: «Non so se vorrai rispondermi, comunque io sono tuo figlio Bill»
Un giorno Darrel ha ricevuto una lettera. Cominciava così: «Non so se vorrai rispondermi, comunque io sono tuo figlio Bill». Ha risposto. Giocano a scacchi per posta. Aspettano. Propongono appelli. Il vecchio Darrel ha ottenuto la revisione del processo. Il giovane Bill, no. Potrebbe essere «fritto» prima lui del padre. Era fritto dalla nascita, pensa il barista texano. Non è il solo. Il «caso Jeff Landrigan» viene usato da molti criminologi per sostenere l’esistenza di un gene della criminalità. Citato nei dibattiti sulla pena di morte come quello che si è aperto nel Massachusetts. Se esiste un «assassino nato» non c’è altro da fare che arrendersi e preparare le sedie o le siringhe, dicono. davvero così? Kevin Clark, che conobbe il giovane Jeff essendo vissuto nel suo stesso quartiere a Batlesville ha scritto una lettera al Dallas Morning News per dire: «Non è colpa di un gene. Certo, Jeff era un tipo violento, ma se i Landrigan fossero stati genitori più severi lo avrebbero raddrizzato, come hanno fatto i miei con me». E cosa sarebbe successo se Jeff si fosse sempre creduto Jeff e non gli avessero mai detto «sei stato dato via»? Tornando, ho provato a fare queste obiezioni al barista. Ha scrollato le spalle: «Ancora queste storie: colpa della famiglia, della società... scuse». Un altro avventore, che vive orgogliosamente in questo allegro Stato con tremila detenuti nel braccio della morte, è intervenuto chiudendo la discussione: «colpa della società o colpa di un gene, chi se ne frega? Friggiamoli».