Adriano Sofri, Panorama, 11/12/1997, 11 dicembre 1997
La mano sinistra è vigorosa e sembra stringere e sorreggere la spalla del figlio; la destra è posata con delicatezza, ed è fine e carezzevole come una mano femminile: ” una mano di madre”
La mano sinistra è vigorosa e sembra stringere e sorreggere la spalla del figlio; la destra è posata con delicatezza, ed è fine e carezzevole come una mano femminile: ” una mano di madre”. Questa divisione fra una mano paterna e una materna di Dio tocca una singolarità della parabola che mi ha sempre colpito, che è la sua chiusura in un cerchio di relazioni solo maschili. Dov’è la madre, e dove le sorelle? L’esperienza della separazione e della riconciliazione fra padre e figlio è ricorrente nella vicenda umana, ma vi è essenziale il posto della madre: fedele allo sposo, e però sempre, e nonostante tutto, dalla parte dell’amore per il figlio. La madre soffre e piange per la rottura e intercede per piegare la durezza del padre alla riconciliazione. E lei la mediatrice e la destinataria del ritorno alla casa del padre. E la parte che il cristianesimo riserva alla madre. Nella parabola, tuttavia, non passa neanche un’ombra silenziosa di donna. C’è il padre, i figli, i servi. Nel quadro di Rembrandt, due figure femminili affiorano appena dal buio dello sfondo. L’interpretazione che distingue nel gesto fosforescente di benedizione una mano materna e una paterna vuol mettere riparo, direi, a quell’assenza che colpisce. Tanto più che è inevitabile riconoscere nel ritorno a casa del figlio prodigo un ritorno nel grembo natale: rifattosi piccolo e inerme, il figlio si rannicchia contro il seno da cui è uscito, ma è il padre, non la madre, a riaccoglierlo. Il capo rasato del figlio si posa sul petto del padre e quasi ne ascolta il battito del cuore, l’abbraccio chiude le due figure in una sola, e il manto rosso scende dalle spalle del padre come ad avvolgere l’incontro. (Se il gesto non fosse così lieve, rischierebbe di confondersi col suo opposto, la stretta di un padre che vuole tenere legato a sé il figlio che desidera la propria libertà, piuttosto che l’abbraccio al ritornato).