Adriano Sofri, Panorama, 11/12/1997, 11 dicembre 1997
Pensavo al bambino Silvestro e al suo vecchio torturatore, crepato fra una cella d’infamia e un cimitero segreto, alle oscillazioni sofferte o vanesie fra pietà e vendetta, e ho letto con gran turbamento nelle cronache parole pronunciate dai famigliari del mio compagno di carcere assassino per niente
Pensavo al bambino Silvestro e al suo vecchio torturatore, crepato fra una cella d’infamia e un cimitero segreto, alle oscillazioni sofferte o vanesie fra pietà e vendetta, e ho letto con gran turbamento nelle cronache parole pronunciate dai famigliari del mio compagno di carcere assassino per niente. Parole che riguardano terribilmente la parabola del figlio prodigo. C’è un fratello maggiore, che dice: ”Io sapevo che prima o poi avrebbe ammazzato qualcuno. Ha cominciato a dare problemi a 14 anni. Hanno sbagliato a metterlo fuori”. E c’è la madre (qui c’è) che dice: ”Non è vero che si è disposti a morire di dolore per un figlio. Io non riuscivo a parlarci. Mio marito c’è stato tanto dietro, ha cercato di aiutarlo, di proteggerlo, era severo ma l’ha sempre ripreso in casa”. Ora mi chiedo che cosa avrebbe fatto il padre della parabola se il pugnale che nella tela di Rembrandt pende dalla cintola del figlio prodigo fosse ancora bagnato del sangue di una donna squartata. E che cosa farebbe il Padre con un vecchio figlio che gli arrivi davanti, ammesso che trovi una strada, dopo aver smembrato un bambino, con la faccia gonfia di ottusità e di botte. E se la misericordia attribuita a Dio sia commensurabile all’umana».