Gabriele Romagnoli, La Stampa, 30/10/1997, 30 ottobre 1997
Ci fu una notte in cui ad Amber Arnold il mondo sembrò, per la prima volta, un bel posto. Lei era sdraiata sul letto, dune di lenzuola sui bordi, un rap, ma basso, in sottofondo, e Face
Ci fu una notte in cui ad Amber Arnold il mondo sembrò, per la prima volta, un bel posto. Lei era sdraiata sul letto, dune di lenzuola sui bordi, un rap, ma basso, in sottofondo, e Face. Nushawn Williams, detto Face, che si alzava e cucinava per lei uova e caffè alle tre di notte e intanto continuava a parlare. Le raccontava la sua vita, le diceva come si era procurato quella cicatrice di venti centimetri nel braccio, cosa significava avere, ancora e per sempre, una pallottola nella gamba; in che modo, appena due anni prima, aveva aiutato un amico ad ammazzare un uomo con un machete. Poi le portava il piatto fumante, le stendeva accanto il suo corpo ferito e lei pensava che gli avrebbe perdonato tutto. Perfino se lui si fosse sollevato, l’avesse guardata negli occhi e le avesse detto: «Ho l’Aids e ti ho contagiato». Lui non lo disse, ma lo fece. E lei, adesso che lo sa, ha, come da programma, perdonato.