Gabriele Romagnoli, La Stampa, 30/10/1997, 30 ottobre 1997
Amber è una delle decine di ragazze in fila davanti alla County Health Department Clinic di Jamestown, New York, in attesa di sapere se deve morire
Amber è una delle decine di ragazze in fila davanti alla County Health Department Clinic di Jamestown, New York, in attesa di sapere se deve morire. Una delle settanta ragazze tra i tredici e i vent’ anni con le quali Face, che adesso chiamano l’untore dell’Aids, ha avuto rapporti da quando, nel settembre del ’96, ha scoperto di essere infetto. Due di loro sono rimaste incinte, nove (per ora) contagiate dal virus. Amber ha diciotto anni, un piumino nero, un anellino infilato nella narice, le unghie dipinte di viola, una madre che non sa dov è, un padre che qualche volta viene segnalato nella contea. Passa le notti a casa di amici, dorme dove la ospitano, fa l’amore senza mai chiedere di usare il preservativo, ha amato finora, dice, un solo uomo, quello che, probabilmente, la ucciderà: Face. Dice che non le importa. Ha paura, sì, ma più per lui. Quando legge i giornali che lo chiamano «mostro» sputa per terra e li butta via: «Non lo conoscono - dice - Scrivono che ha cercato di uccidermi, non è vero, anche se lui sapeva di essere malato, in quei momenti mentiva a se stesso». E ad Amber e a tutte le altre ragazzine che seduceva in cambio di una dose di crack o di una notte di parole, rap e uova fritte. Annotava tutti i loro nomi su un quaderno con brevi note sulle esperienze condivise. «Secondo lei, cercava consapevolmente di contagiarle?» ha chiesto un giornalista televisivo alla sorella di Face. Lei ci ha pensato tre secondi poi ha risposto: «Yeah!». Perché? «Perché è sempre stato un ragazzo cattivo, anche la nonna che lo ha allevato lo diceva sempre: un giorno Dio ti punirà».