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 1998  febbraio 16 Lunedì calendario

Mia figlia Malì, trentatreenne, si è spenta, per leucemia, nell’ospedale San Martino di Genova. Tempestata di terapie, con esiti infausti che la pietà e l’amore non bastavano a nasconderle, aveva con sé Maura, una compagna di stanza, affetta dallo stesso morbo: unite nella sofferenza, nella pur negata speranza, ma anche, e soprattutto, nella particolare amicizia nata e alimentata dal dolore, dalla preziosa distrazione che una certa sintonia procurava fino a rompere nell’assurda allegria il senso cupo dell’incubo

Mia figlia Malì, trentatreenne, si è spenta, per leucemia, nell’ospedale San Martino di Genova. Tempestata di terapie, con esiti infausti che la pietà e l’amore non bastavano a nasconderle, aveva con sé Maura, una compagna di stanza, affetta dallo stesso morbo: unite nella sofferenza, nella pur negata speranza, ma anche, e soprattutto, nella particolare amicizia nata e alimentata dal dolore, dalla preziosa distrazione che una certa sintonia procurava fino a rompere nell’assurda allegria il senso cupo dell’incubo. Poi Malì si aggrava e Maura, conforme alle norme vigenti in quell’ospedale, viene allontanata, mentre l’altra, nel precipitare della situazione, non vedrà che infermieri, medici e qualche familiare. un trauma straziante: la compagna piange l’addio mentre va a prendere posto altrove, mia figlia grida disperatamente nella paura della morte. Ma c’è un precedente che spiega questo suo allarme disperato. Quando la sua situazione era meno compromessa, aveva fatto l’esperienza inversa: era stata allontanata da una compagna di stanza che si era oltremodo aggravata e dopo poco era finita. Ora, dunque, era venuta la sua ora: la campana suonava anche per lei! Quante volte, mentre lottava contro il male, Malì mi ripeteva che le avevano «tolto» Maura e si chiedeva ancora il perché! La componente umana e psicologica, sempre importante, nel caso di una fine ormai segnata irreparabilmente diventa sacra e imprescindibile. Come possono gli ospedali ignorare una tale componente e non farsene un problema? (lettera di Aldo Morretta, Salerno, a Indro Montanelli).