Gabriele Romagnoli, La Stampa, 15/02/1998, 15 febbraio 1998
«L’avvocatessa Marianne Marxkors, di St. Louis, aveva poca pratica con gli omicidi e con l’amore
«L’avvocatessa Marianne Marxkors, di St. Louis, aveva poca pratica con gli omicidi e con l’amore. Quando le assegnarono la difesa di Reginald Powell le tremarono le gambe. Lui: 29 anni appena compiuti, negro, fuggito di casa a 10 anni, mancato suicida a 14, quoziente d’intelligenza 65 (niente), reo confesso dell’omicidio di due fratelli, commesso undici anni fa perché avevano rifiutato di pagargli da bere, con successivo furto di un pacchetto di sigarette e dollari tre dalle tasche dei cadaveri e conclusiva dichiarazione rilasciata al poliziotto che l’arrestava: ”Almeno ho riso per ultimo”. Lei: 45 anni oggi, bianca, di buona famiglia, vissuta a lungo in casa, senza fidanzato, tutta dedita al lavoro e all’assistenza sociale, esperta della solitudine, ignara della disperazione. Racconta che di lui la colpì per prima cosa l’inattesa gentilezza, poi il fatto che lo sentì simile a lei: solo e vulnerabile, dice. Fecero sesso per la prima volta nella stanza vicina all’aula del processo, durante una ”pausa di riflessione con l’assistito” richiesta alla corte. Reginald Powell credette di aver trovato l’amore. Aveva trovato la morte. L’avvocatessa Marxkors, che già navigava a vista nella strategia difensiva, andò fuori rotta e lo portò verso il naufragio. L’accusatore non era spietato, aveva studiato la vita di Powell e gli concedeva attenuanti per questo. In cambio di una confessione avrebbe richiesto solo l’ergastolo e, perfino, con la possibilità di liberazione anticipata. All’avvocatessa innamorata sembrò comunque una prospettiva insopportabile. Decise di provare un’altra emozione inedita: il rischio. Giocò la vita di Reginald contro il suo desiderio. Rifiutò il patto, cercò di fargli avere una condanna minore: vent’anni (riducibili) per omicidio preterintenzionale (di due fratelli, a bastonate). Non lo portò nemmeno sul banco dei testimoni, per paura che lui peggiorasse le cose. Bastava lei, per questo. Reginald fu condannato a morte mediante iniezione letale. Lei continuò a visitarlo in carcere, ma una guardia li sorprese mentre facevano l’amore, o qualcosa di simile. Trovarono nella sua cella lettere di lei, che il rapporto definì ”lurid”, esplicite. Lei tornò a occuparsi di multe stradali. Lui ebbe un altro avvocato, che tenta ora di far annullare il processo per ”inadeguata difesa, viziata da coinvolgimento personale”. Dal braccio della morte ha fatto sapere: ”Non conosco la legge, io. Lei era il mio avvocato, era tutto, ho fatto quel che mi diceva, credevo andasse bene, ha sbagliato qualcosa, invece?”. Per il governatore del Missouri tutto questo poco conta. [...] L’avvocatessa, ammessa tra i testimoni che assisteranno all’esecuzione, ha dichiarato: ”Loro possono prendersi lui, non quello che c’è stato fra noi”. Forse neanche a un quoziente d’intelligenza 65 può servire di consolazione» (Gabriele Romagnoli).