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 1998  aprile 24 Venerdì calendario

Trovarla, adesso, è quasi impossibile. Prima di quella notte, Lorena-Julio stava in questa stradina fra i carruggi della Genova vecchia: in via San Bernardo, fra queste case tutte attaccate, grigie e sporche

Trovarla, adesso, è quasi impossibile. Prima di quella notte, Lorena-Julio stava in questa stradina fra i carruggi della Genova vecchia: in via San Bernardo, fra queste case tutte attaccate, grigie e sporche. Al numero 16, a due passi da lei, viveva anche Evelyn Edsohe, un’altra vittima del mostro. una delle tante coincidenze di questa storia. Ne troveremo ancora altre prima di finire e chissà quante. Lì accanto c’è un bar e Lorena ci passava qualche volta a prendere un caffè, fra le voci e le grida del vicolo. Ma dentro a questa casa dai muri scrostati, solo l’eco dei rumori spezza il silenzio. Cartelli: «Evitato sporcare nelle scale». Un altro: «Attenti all’Aids». «Per cortesia almeno di notte chiudere il portone». Sotto qualcuno ha scritto: «Illusione». Era arrivata quattro anni fa, a Genova. Sempre stata qui fino alla notte del 24 marzo. C’é qualcosa di triste, di marginale, anche di squallido, fra gli edifici cupi e gli odori. Eppure, se oggi qualcuno chiede a Lorena che ricordi tiene dei suoi giorni prima della paura, lei dice così, che vuole solo «ritornare a vivere. Fino a quando non lo prenderanno sto chiusa in casa, nel mio rifugio. Non esco, non faccio niente. Però, vorrei tanto tornare a fare quello che facevo prima, anche solo a comprarmi le scarpe, a uscire per fare la spesa». Consegna paure e sogni anche al suo avvocato Gianfranco Pagano, il difensore degli emarginati di Genova. E agli investigatori lascia racconti non sempre convincenti. il terrore che la condiziona, che la ferma, dice. Perché non parla con i giornalisti? «Per paura». Perché rifiuta cento milioni dalle televisioni? «Per paura». Perché all’inizio il suo identikit non è così preciso? «Era notte. Morivo di paura». Sempre la paura: «Mi ha preso subito», racconta, «appena sono salita in quella macchina». Erano le due e mezzo di notte