Paolo Guzzanti, La Stampa, 06/05/1998, 6 maggio 1998
Il comandante Estermann invece era descritto da tutti come un «buon comandante». Buono, ma nel senso svizzero di duro e severo
Il comandante Estermann invece era descritto da tutti come un «buon comandante». Buono, ma nel senso svizzero di duro e severo. Non brillava per senso dell’umorismo, ma per fedeltà e senso dell’onore. Parlava cinque lingue e non era di sicuro un soldato da operetta: oltre che vicecomandante del corpo svizzero, era un eccellente agente e tutti sanno che si gettò con il suo corpo su quello del Papa quando Alì Agca cominciò a sparare. Sia come sia, la pistola che ha sparato è quella d’ordinanza del caporale: una Stick calibro nove con sei colpi nel caricatore di cui cinque esplosi. Una pallottola ha attraversato il cranio del comandante e, sporca di umori umani, si è conficcata in alto, quasi al soffitto. E la pistola stava sotto la pancia del caporale e dei suoi 23 anni irosi: un soldato volontario, come tutti questi militi con alabarda, e come tutti raccomandato, anzi «certificato» dal parroco del paese e dal vescovo. Moralità e religiosità sono elementi richiesti.