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 1998  maggio 26 Martedì calendario

La ragazzina (com’è giusto) non ha nome, né identità. Ma si sa che è figlia di un uomo (presunto) d’onore, abbastanza altolocato da possedere un paio di supermercati e una pizzeria

La ragazzina (com’è giusto) non ha nome, né identità. Ma si sa che è figlia di un uomo (presunto) d’onore, abbastanza altolocato da possedere un paio di supermercati e una pizzeria. E si sa che la sua relazione era nota e approvata - dalle famiglie e dalla Famiglia - sebbene con un uomo tre volte più grande di lei, ma scapolo, fedele, seriamente intenzionato. E (naturalmente) anche lui d’onore, trattandosi, per l’appunto, di Pino Guastella, capo mandamento di Palermo Centro, 3 anni di latitanza e 4 omicidi (presunti), preda di primo livello della sezione catturandi, inseguito, intercettato, fotografato e infine impacchettato: «L’azione è durata meno di un minuto - raccontava l’altro giorno il capo della Mobile Guido Marino -. Niente armi, nessuna resistenza. Ce lo siamo portato via a tutta velocità». E lei? Esitando: «Grazie al cielo non è nostra competenza... Se ne occuperà il tribunale dei minori... una cosa che proprio non ci aspettavamo, siamo rimasti senza parole». E in effetti ci vuole pazienza a trovare le parole per raccontare di lei, di loro due insieme: il dettaglio della storia inconciliato con la routine di queste faccende, l’imprevedibile che la vita svela. Anche se, sembra, questa non è affatto una storia di violenza e dominio, sebbene ci sia dominio e (giuridicamente) violenza. In un certo senso i due vivevano come fossero marito e moglie. In un certo senso la loro è una storia d’amore, per quanto mafia e latitanza, omicidi, sangue e omertà la virino al nero, nel nero di Palermo. C’era un incongruo film di Luc Besson, anno 1994, titolo Leon, che raccontava di un casto intreccio di vite tra un killer (che beveva latte, staccava teste, e coccolava la pianta sul davanzale) e una piccola sopravvissuta, Mathilda, 12 anni, che gli riempiva la solitudine, con la grazia della sua fragilità.