Maria Simonetti, L’Espresso, 11/06/1998, 11 giugno 1998
«Ci si diventa omosessuali in carcere. Anche se prima, fuori, non hai mai avuto a che fare con latre donne
«Ci si diventa omosessuali in carcere. Anche se prima, fuori, non hai mai avuto a che fare con latre donne. Così come quando esci, magari te ne dimentichi e torni a stare con un uomo» Perché succede allora? «Perché in galera quello che fa più male è la solitudine [...] E dopo un mese, due mesi di reclusione, avere un rapporto sessuale diventa un’esigenza fondamentale [...]». A lei è capitato di subire avance sessuali da detenute? «Si, in tutte le carcerazioni. Basta avere i capelli corti, un atteggiamento non così femminile ma un po’ duro, e ti si fanno sotto [...]» E così nascono coppie, vere relazioni. Tranquille? «Macché. Scattano subito problemi di rivalità, gelosie. Perché oggi tu stai con me, e magari domani arriva un’altra più carina di me. E allora le botte sono all’ordine del giorno. [...] So che ultimamente hanno smesso di distribuire il vino, alla sezione femminile di Rebibbia. Meglio così. In quelle tre volte a settimana che arrivava il vino, succedevano casini pazzeschi». Quanto sono frequenti relazioni omosessuali tra agenti di custodia, donne e detenute? «Esistono. A Rebibbia conoscevo due donne palesemente lesbiche, una stava con una detenuta araba che lavorava al bar. Ma sono storie poco frequenti» (da un’intervista di Maria Simonetti a Cinzi Merlonghi, 38 anni, ex tossicodipendente oggi operatrice sociale alla Fondazione Villa Maraini e volontaria della Croce Rossa).