Flavio Haver, Corriere della Sera, 31/07/1998, 31 luglio 1998
un criminale, un assassino. Sta bene lì, in galera. Anzi, se lo ammazzano non me ne importa niente»
un criminale, un assassino. Sta bene lì, in galera. Anzi, se lo ammazzano non me ne importa niente». Elena ha ventitré anni ma ne dimostra di più, forse provata da una vita così difficile. I capelli castani a caschetto, gli occhi velati dalla tristezza: la sua esistenza è segnata dalle violenze subite dal padre-padrone, il pescatore di Ostia che sta in carcere per aver seviziato e ucciso Simeone, otto anni. E per averne poi nascosto il cadavere, aiutato da un altro suo figlio, Claudio, 35 anni. Elena non ha un lavoro, sta tentando faticosamente di ricominciare a vivere di mettersi alle spalle dodici anni di torture, di botte, di umiliazioni. Accetta di parlare di fronte al suo legale Antonio De Vita. Ma lo fa con fatica e con tante pause, senza mai pronunciare la parola ”padre”: tanti silenzi, più significativi di qualsiasi espressione. Ha appena finito di raccontare il calvario al pm del Tribunale dei Minorenni Simonetta Matone: oggi il verbale partirà per la Procura, finirà nel fascicolo a carico di Vincenzo F., l’aguzzino suo e dei suoi fratelli.