Liliana Madeo, La Stampa, 23/09/1998, 23 settembre 1998
La madre di Marta Russo, Aureliana, sorride solo una volta: quando parla della fondazione che porta il nome della figlia e che si interessa di trapianti di organi e ricerca scientifica, cui «in un giorno - dopo che la tv ha trasmesso il numero di telefono - sono arrivate quindici chiamate!»
La madre di Marta Russo, Aureliana, sorride solo una volta: quando parla della fondazione che porta il nome della figlia e che si interessa di trapianti di organi e ricerca scientifica, cui «in un giorno - dopo che la tv ha trasmesso il numero di telefono - sono arrivate quindici chiamate!». Il padre, Donato, sorride solo una volta: quando parla dell’altra figlia, che ha 26 anni e sta per laurearsi, «è all’ultimo esame, ha fatto Lettere con indirizzo Archeologia: vuole fare l’archeologa!». Poi il velo di tristezza che ricopre i loro volti e in cui sono immerse le loro giornate sembra farsi ancora più fitto. Nell’aula bunker - affollata fino all’inverosimile, con la gente che non viene fatta entrare per mancanza di posti - sembrano soli. Si muovono cedendo a tutti il passo, siedono composti l’uno vicino all’altra, mai hanno un moto di stizza quando i flash dei fotografi si fanno martellanti. Il dibattimento dura mattina e pomeriggio, e loro non perdono una battuta. Nel breve intervallo all’ora di pranzo vanno a mangiare un panino al bar della casa dello studente, dietro l’edificio dove si processano i presunti assassini di Marta. «Stare qui è un’esperienza di dolore. Queste ore di interrogatori, battute, silenzi, non ci portano nessuna consolazione. Riattizzano anzi la sofferenza per una ferita che non si è chiusa. E chissà se si chiuderà mai», dice la madre. Torna in silenzio. E il marito le cinge le spalle senza una parola.