Liliana Madeo, La Stampa, 23/09/1998, 23 settembre 1998
Gabriella Alletto parla, si contraddice, non ricorda, confonde. Donato e Aureliana Russo non giudicano, non commentano
Gabriella Alletto parla, si contraddice, non ricorda, confonde. Donato e Aureliana Russo non giudicano, non commentano. «Lo faremo dopo. Ora non abbiamo niente da dire. Il processo lo si fa nell’aula, lo fanno i giudici, i periti e i testimoni. Non lo si fa con le parole che tutti si sentono autorizzati a dire. Noi abbiamo fiducia nella giustizia. Chiediamo giustizia», dicono, quasi mettendo a confronto l’atroce assurdità di quel colpo di pistola che li ha privati ad un tratto - in una mattina di primavera - di una figlia ventenne, e il bisogno di un punto di riferimento in cui credere e da cui sentirsi sostenuti. «Non conosce il valore delle parole che dice, usa termini a caso», ammette il padre, che pure mai pronuncia il nome di quella che secondo gli inquirenti è la principale teste d’accusa. «Sconcertante. Una persona sconcertante, professore. Una donna che non ha un briciolo di senso sociale, di senso di appartenenza alla società. Che parla solo di sé, dei benefici o degli svantaggi che possono venirle dal dire quello che conosce, che sceglie di accusare o di difendere a seconda del grado di parentela che la lega alla persona inquisita», incalza un giovane, forse un suo ex allievo. E Donato Russo corregge il tiro: «Ogni persona va vista nel suo contesto, in quello che è il suo livello di cultura, la sua capacità di comunicazione, la capacità di dare ascolto al suo sentire: è facile capire quello che si dovrebbe fare, difficile è farlo. Perché tanta gente scappa, quando vede davanti a sé un incidente? Io sono un pedagogo. So che la coscienza dei propri diritti e doveri, il sentirsi cittadino e non suddito è qualcosa che si costruisce, con fatica e con pazienza. Non sempre e non dovunque, purtroppo».