Giorgio Soavi, Corriere della Sera, 06/10/1998, 6 ottobre 1998
Ma ti piacciono quelle donne lì? Chiese inorridito. Io le amavo eccome, e glielo dissi. Si poteva essere meglio di quelle ragazze? Non si poteva
Ma ti piacciono quelle donne lì? Chiese inorridito. Io le amavo eccome, e glielo dissi. Si poteva essere meglio di quelle ragazze? Non si poteva. E allora quali donne desiderare? Come dovevano essere le donne alle quali stare aggrappati, non tanto per sognare ma per starci dentro, addosso, insieme, per mangiare un boccone, per far due chiacchiere, quattrocento chiacchiere, dopo averle amate fino alla nostra totale distruzione fisica e mentale? Nessuno di noi chiese più niente all’altro ma, dopo la sentenza di Alberto Giacometti, sul quale stavo scrivendo il mio libro, l’artista che amavo più degli altri, l’uomo che mi dava retta, come se fosse mio pari, voleva sapere, lui da me, cosa diavolo mi piacesse, e perché? E come doveva essere fatta una pianta, una montagna, la neve, una donna a letto, una donna ritta in piedi, una donna che cammina, una donna che attraversa una piazza: come doveva essere fatta? Come la faceva lui? Non esisteva una via di mezzo nella quale credere come nel Vangelo?