Giorgio Soavi, Corriere della Sera, 06/10/1998, 6 ottobre 1998
Qui sto zitto. Sono completamente privo e assente in fatto di religione. Ma le donne? Messe da parte la bellezza, la perfezione, l’aria assente, la freddezza, gli algori profusi a piene mani da quelle belle ragazze, dove mai ci saremo rifugiati per, non dico per stare in pace, ma per vivere tutti i giorni
Qui sto zitto. Sono completamente privo e assente in fatto di religione. Ma le donne? Messe da parte la bellezza, la perfezione, l’aria assente, la freddezza, gli algori profusi a piene mani da quelle belle ragazze, dove mai ci saremo rifugiati per, non dico per stare in pace, ma per vivere tutti i giorni. Che faccia e che corpo dovevano avere le donne che si potevano frequentare, con le quali bere il caffè e addentare un croissant senza che la loro bellezza, a questo punto diventata impura delle bellissime ragazze che sfilavano, come se ce l’avessero soltanto loro e le altre niente? Giacometti, secondo il suo personale Vangelo, mi aveva dato una bella lezione. Mi piacevano quelle donne lì? Gli facevo pena. Mangiava e beveva il caffè con me, si guardava in giro ma quel suo sguardo insistente, che spogliava fino allo scheletro tutto quello che guardava quando si riferiva a una donna, a un corpo, a un paio di gambe, alle braccia e al modo di star seduti, in posa, come lui sistemava sua moglie Annette o la sua modella Caroline, avevano forse qualcosa di gradevole?