Giorgio Soavi, Corriere della Sera, 06/10/1998, 6 ottobre 1998
In cima ai loro esili, storti corpi, tali da poter essere chiamati corpicini o corpiciattoli, c’era una testa decisamente sproporzionata, troppo grassa rispetto a quei corpicini magri, ossuti e decisamente dolenti
In cima ai loro esili, storti corpi, tali da poter essere chiamati corpicini o corpiciattoli, c’era una testa decisamente sproporzionata, troppo grassa rispetto a quei corpicini magri, ossuti e decisamente dolenti. E io mi sarei dovuto agguantare una di quelle teste più grosse del corpo, quindi sproporzionate, per amarla e dirle la mia beatitudine di stare nella cuccia con lei? Ma per l’amor di Dio. Quella, dunque: se quella non era bruttezza poco ci mancava. Ma Horst Janssen risvegliò la parte di me che dormiva. E da allora la parte di me che dormiva incomincia a restare sveglia di fronte a quella che io, fermamente, credevo fosse bruttezza femminile e incominciai a declamare in sordina quanto avrei desiderato avere, accanto a me, una certa nuova bruttezza, nuova, sì, ho detto bene, nuova bruttezza che mi stava consolando di tante cose alle quali non avevo ancora mai dato peso. Se Giacometti si era stupito che perdessi la testa per le belle ragazze che facevano le modelle, se Janssen mi aveva spiegato, con i suoi disegni, che i corpi e le teste disegnate o dipinte da Carnach erano tra le più attraenti mai apparse, cosa diavolo ci facevo al mondo se non avevo, se non capivo che il desiderio, sommo, sta nell’inventare la bellezza che può nascere, dopo una sosta, dopo un lungo momento di scarsa intelligenza, nella necessità di considerare e quindi amare perdutamente anche la bruttezza, di farla diventare, di ottenere che diventasse una necessità quotidiana?