Mauro Covacich, Panorama, 22/10/1998, 22 ottobre 1998
Questa storia inizia nel 1996. Sara ha 27 anni, è sposata con Enrico, da cui ha appena avuto un bambino, vive in una villetta nella periferia sud di Milano
Questa storia inizia nel 1996. Sara ha 27 anni, è sposata con Enrico, da cui ha appena avuto un bambino, vive in una villetta nella periferia sud di Milano. Ogni mattina, camicia inamidata, berretto bianco, stivali lustri, un filo di rossetto e via a Buccinasco. Ha fatto un buon lavoro, l’igloo è venuto su bello grosso. Dentro, però, non c’è tutta questa pace. Il bambino è una favola, sì, certo. Il marito è un ottimo padre e un bravo grafico. Certo, certo, ma intanto Sara si iscrive a giurisprudenza e prova a studiare e scrive poesie e insomma un po’ del rumore che c’è fuori è entrato nel suo igloo e adesso rimbomba, amplificato da tutte le ambizioni e i desideri che ogni giovane donna tiene ingabbiati nella propria Normalità. E poi c’è l’obbligo di realizzarsi: è l’imperativo della nostra generazione. Diventare qualcuno, realizzarsi: come se non fossimo già maledettamente reali. Fatto sta che l’igloo comincia a stare un po’ strettino. Una sera, durante un pattugliamento, Sara ferma per guida pericolosa Pierluigi. Il motorino risulta rubato: lei accompagna il ragazzo al comando di polizia e poi lo riconduce agli arresti domiciliari, da cui era evaso. Non è ancora successo niente, lei indossa ancora il finto sorriso di sempre, lui è semplicemente furioso, ma è come se Sara intravedesse uno spiraglio nella disperazione del benessere.