Natalia Aspesi, La Repubblica, 20/10/1998, 20 ottobre 1998
Mentre quando fare l’amore senza essere sposate era un terribile peccato mortale e sociale, di vergini anche molto giovani non se ne trovavano molte: operose e silenziose, speravano di cavarsela con un lumino a qualche santa, quando finalmente trovavano marito
Mentre quando fare l’amore senza essere sposate era un terribile peccato mortale e sociale, di vergini anche molto giovani non se ne trovavano molte: operose e silenziose, speravano di cavarsela con un lumino a qualche santa, quando finalmente trovavano marito. E per fortuna erano poche quelle che venivano cacciate nel vento e nella bufera la notte stessa delle nozze. Forse le ragazze di cento, cinquanta anni fa, nei torvi silenzi delle loro fantasie maturavano il bisogno di trasgredire nel modo più fatale le regole della loro sottomissione e inconsistenza. Ma soprattutto trovavano le loro vite anguste disseminate di seduttori, uomini dall’occhio lucente e dalla voce profonda, che ansimavano al loro passaggio, le dardeggiavano di sguardi appassionati, inviavano lettere di fuoco, minacciavano il suicidio, bramivano sul loro collo, pretendevano una ciocca dei loro capelli, facevano consegnare ogni giorno cento rose rosse, scrivevano poesie, stavano ore sotto le loro finestre, ordinavano serenate, le seguivano a distanza, corrompevano l’eventuale cameriera o la vecchia zia pronuba perché sottraesse un fazzolettino dell’amata per sentirne il profumo. Restare vergine in questa situazione era un’impresa titanica, e poche non cedevano alle fiamme della confusione, dell’assedio, del languore. Da sedotta ad abbandonata il passo era breve, e una vasta letteratura per signore minacciava le restanti vergini dei pericoli che correvano. Gli uomini erano quindi spietati, ma meravigliosi. Il turbine del peccato era rovinoso, ma anche glorioso.