Carlo Bonini, Corriere della Sera, 06/02/2000, 6 febbraio 2000
Milano. Dicevano fosse un sadico pazzo «il Concardi Aurelio» da Cernusco sul Naviglio. Da manicomio giudiziario
Milano. Dicevano fosse un sadico pazzo «il Concardi Aurelio» da Cernusco sul Naviglio. Da manicomio giudiziario. O, almeno, così sostenne inascoltato, in quel 1986 di fronte alla Corte di assise di Milano il professor Francesco Riggi, primario di psichiatria dell’ospedale San Paolo. Di una pazzia «residente» e «resistente»: «psicosi schizofrenica da esordio lontano» aiutata dalla liquefazione cerebrale da coca e da qualche «pera». E invece no, conclusero la Corte e i suoi periti, quelli di ufficio. I sei disgraziati tossici che aveva scannato come bestie erano opera di «soggetto capace di intendere e volere». Certo, le sue vittime, finite con colpi alla nuca, le aveva oltraggiate «il Concardi Aurelio». Ora infilandole nel bagagliaio di una Fiat 500. Ora sprofondandole in un pozzo nero. Ora scotennandole a colpi di rastrello. Certo, aveva ridotto i volti di quei poveri disgraziati a irriconoscibili tavolozze di sangue e carne. Ma era stato «processualmente collaborativo» il Concardi Aurelio. I suoi complici, il gruppo di balordi assassini che si prendevano la vita dei tossici cui non potevano più prendere i soldi, li aveva riconosciuti. Meglio, li aveva accusati in aula tra le lacrime: «La prego Presidente... ho paura. Io parlo e poi lei mi fa portare fuori. Nelle gabbie non rientro». E dunque, ergastolo aveva sentenziato la Corte. Perché poi si sa che un premio sarebbe arrivato. Una «prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti». In appello. Addio ergastolo, ecco i 30 anni.