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 2000  febbraio 06 Domenica calendario

Il metodo era semplice. Costante. Uno, due, tre colpi. Regolarmente alla nuca. Perché i vivi sapessero dai morti

Il metodo era semplice. Costante. Uno, due, tre colpi. Regolarmente alla nuca. Perché i vivi sapessero dai morti. Patrizia Rovelli e Maurizio D’Elia se ne erano andati in un campo di mais, il Gabba della cascina Gervasina, a Pieve Fissiraga. Erano tossici, erano indebitati, erano ”cavalli” da spaccio ormai inservibili. E come tali abbattuti. Poi era toccato a Francesco Vitale. «Se non mi tiro fuori faccio la stessa fine di Rovelli e D’Elia», aveva detto spaventato ai suoi amici. E aveva ragione, perché i suoi carnefici lo avrebbero tirato dentro. Tre colpi al cervello e giù nel canale Villoresi. Meglio certo che nel pozzo nero a Ginestrino Carugate, dove Giovanni Genualdi sarebbe stato infilato a testa in giù. Aperto a metà. Ma non era finita. Avevano fatto esplodere la testa di Domenico Corona e quella di Alberto Turtur. Per poi avventarsi su Tiziana Bonicelli. Una notte che aveva tenuto a raccontare lui, il Concardi Aurelio. «...Sì, insomma, signor Presidente... Andammo ad aspettarla sotto casa e la invitammo a fare un giro in macchina... Ad un certo punto le stavo parlando ed ecco... sì... mi tolsi il laccio delle scarpe e la strozzai. Poi la tirammo giù dalla macchina e prendemmo il rastrello». Non per muovere la terra della sepoltura. Ma per scotennare un povero corpo. «Ormai sono un pezzo di merda... dottore», ha gridato ieri il Concardi Aurelio.