Irene De Arcangelis, La Repubblica, 08/03/2000, 8 marzo 2000
Sono le 15.30 di lunedì. Malvone è digiuno, stremato. Ma vuole continuare a parlare di fronte agli inquirenti che devono formalizzare l’accusa
Sono le 15.30 di lunedì. Malvone è digiuno, stremato. Ma vuole continuare a parlare di fronte agli inquirenti che devono formalizzare l’accusa. «Era il mio chiodo fisso. Chiedetelo a chi volete. Lo sapete anche voi, del resto. Sapete anche di quando lui mi minacciò: vi ricordate quel giorno? Sorrentino mi venne a cercare. Mi puntò un dito addosso: ”Mi hai incastrato eh? Hai avuto il coraggio di accusarmi? Ma vedrai che non finisce qui, anch’io ti farò passare un guaio”. Ve lo venni a dire, ricordate? Nel suo sguardo ebbi la conferma che era stato lui, ma come facevo a dimostrarlo? Fu allora che il suo nome mi si piantò nella testa. Aveva distrutto me, e va bene. Ma anche la mia famiglia. I miei tre figli il cui futuro dipendeva dal lavoro nella ditta. Un’ossessione che mi ha piegato le gambe, mi ha fatto ammalare. Forse sarebbe andata avanti così per chissà quanto tempo, forse avrei continuato a torturarmi con quel pensiero, ma niente di più. Poi l’ho visto, libero e sereno, un futuro tranquillo. Allora non ho capito più niente. Non ho mai fatto del male a nessuno, che Dio mi perdoni. Ma lui mi aveva già ucciso, anche se ho continuato a vivere...».