Ulisse Jacomuzzi, Il Sole 24 ore, 23/04/2000, 23 aprile 2000
Qui finisce la storia di Vatel e iniziano i commenti e la leggenda. Alexandre Dumas lo taccia di uomo imprevidente, qualcuno vede in lui l’eroico soldato che preferisce morte al disonore con la cucina come campo d’onore, altri leggono nel suo hara-kiri l’estremo omaggio a flatterie verso il sovrano
Qui finisce la storia di Vatel e iniziano i commenti e la leggenda. Alexandre Dumas lo taccia di uomo imprevidente, qualcuno vede in lui l’eroico soldato che preferisce morte al disonore con la cucina come campo d’onore, altri leggono nel suo hara-kiri l’estremo omaggio a flatterie verso il sovrano. Lo si canta in poesie e in un intero poema; nel 1825 Scribe manda in scena una commediavaudeville intitolata Vatel ou le petit-fils d’un grand homme. Dopo avergli dedicato libri e opere teatrali, non potevano mancare le ricette, quasi tutte di marca ottocentesca: la prima, altisonante, è un palais de Boeuf à la Vatel, ma più noto è un chateaubriant Grand-Vatel. In Proust il suo nome diventa antonomastico, per indicare un cuoco (che pure non fu) di sublime delicatezza. E per chi conosce i grandi maîtres, deve essere stato curioso leggere recentemente su un giornale di Lione un titolo che mette in lotta due contendenti, divisi fra loro da tre secoli di storia culinaria: «Duello Vatel-Bocuse». Come dire, Grand-Siècle contro Nouvelle Cuisine: titanico, palatabilissimo scontro. (Dominiquel Michel, Vatel et la naissance de la gatronomie, Fayard, Parigi 1999).