Cesare Lanza, Sette, 04/05/2000, 4 maggio 2000
«[...] ”C’è
un punto fermo: la mia vita è finita quel giorno. Mi guardo vivere, mi lascio vivere, ma è come se non ci fossi più. Magari fossi morta anch’io, quel giorno! Invece ho lottato per uno scopo che non so. Sono stata in cura da uno psichiatra a Marsiglia per sei mesi, poi ancora otto mesi... Per arrivare a cosa?Ancora oggi, dopo tredici anni, non so come difendermi dai ricordi. I ricordi sono feroci, sono più forti di tutto. Ho solo imparato a tentare di fare qualche opera di bene, pensando agli altri. Mi rimprovero di aver pensato assai poco agli altri; forse conta solo questo, nella vita. Per il resto qualsiasi cosa vale un’altra cosa. Fuggo, cerco protezione: il mare, gli amici, il piccolo mondo di Montecarlo che conosco e mi conosce, dove tutti mi rispettano... dall’autista al cuoco del ristorante. E il casinò, ancora tanto casinò: come terapia. Prima era un vizio, adesso è una cura, per tenere i pensieri lontani da quel giorno”.
Debbo ancora chiederti: come successe?
’Era il 1987. Io avevo avuto degli incubi premonitori: sognavo sempre persone che volevano suicidarsi. E quel giorno - eravamo in casa solo io e lei, mia figlia - la casa mi sembrava una prigione, dissi a Isabella: usciamo, andiamo a fare una passeggiata...”
Com’era, Isabella?
’Fragile, sensibile” (Ljuba Rizzoli a Cesare Lanza)