Indro Montanelli, Corriere della Sera, 21/05/2000, 21 maggio 2000
Caro Corucci, potrei sbrigativamente risponderle: perché è l’unica rivalsa che quelli piccoli possono prendersi su di loro
Caro Corucci, potrei sbrigativamente risponderle: perché è l’unica rivalsa che quelli piccoli possono prendersi su di loro. Ma al silenzio che per decenni si è fatto intorno al nome di Barzini, contribuirono anche altri motivi. A cominciare dalla fulmineità (che fu scambiata per facilità) del suo successo. Barzini veniva, come lei sa, da una modesta famiglia di Orvieto - suo padre faceva il sarto - che non gli aveva dato i mezzi per compiere studi universitari. Era tuttavia riuscito a diventare collaboratore del ”Fanfulla”, un giornale fiorentino più vivace che autorevole, i cui lettori apprezzavano, più che la prosa di Barzini, gli umoristici disegni di cui la infiorava. Come avesse fatto Albertini, il mitico direttore-editore del ”Corriere della Sera”, a fiutare in lui il grande giornalista, è sempre rimasto un mistero. Fatto sta che, ingaggiatolo, lo mandò su due piedi a fare il corrispondente a Londra con l’ordine di non scrivere per tre mesi e d’impiegarli a imparare la lingua, a studiare com’erano fatti i giornali inglesi, a vestirsi e a comportarsi come un inglese. Barzini stette agli ordini punto per punto. E quando Albertini gli ordinò di seguire il primo grande raid automobilistico, quello Pechino-Parigi del Principe Borghese, ne ricevette in cambio un reportage («La metà del mondo vista da un’automobile»), che fu ripreso da tutta la stampa mondiale e vi fece testo. Di lì nacque ”il re degl’inviati speciali”; e lo rimase, circondato da un’ammirazione pari soltanto alle invidie che suscitava (il nostro, caro Corucci, è un mestiere di primedonne), fin quando non commise lo sbaglio di voler fare il direttore. Lo divenne di un giornaletto italiano di New York, e fu un fiasco. Passò a ”Il Mattino” di Napoli, di cui egli pretendeva fare un Times, e fu un altro fiasco. Poteva infischiarsene: riconosciuto ”Maestro” in tutto il mondo, era anche Senatore del Regno. Ma la passione della carta stampata lo indusse a ridiventare ”inviato speciale” dell’Agenzia Stefani (l’Ansa di allora) e del Popolo d’Italia di Mussolini.