Dario Cresto-Dina, la Repubblica, 04/06/2000, 4 giugno 2000
Torino. Nella loro casa di via Po Gianni Vattimo e Sergio, il suo compagno di qualche anno più giovane, ciabattano come coniugi di mezza età e offrono acqua minerale e vino bianco, programmano la serata - al cinema, per il Gladiatore di Ridley Scott, e, dopo, in pizzeria -, si muovono tra quelle piccole care cose di una coppia qualsiasi: i libri, i vestiti, i divani color avorio, un quadro vagamente beat dove un giovane capellone suona la chitarra attorniato da ragazze seminude, le foto del presente e le icone del passato [
Torino. Nella loro casa di via Po Gianni Vattimo e Sergio, il suo compagno di qualche anno più giovane, ciabattano come coniugi di mezza età e offrono acqua minerale e vino bianco, programmano la serata - al cinema, per il Gladiatore di Ridley Scott, e, dopo, in pizzeria -, si muovono tra quelle piccole care cose di una coppia qualsiasi: i libri, i vestiti, i divani color avorio, un quadro vagamente beat dove un giovane capellone suona la chitarra attorniato da ragazze seminude, le foto del presente e le icone del passato [...]. «Questo è Giampiero - dice il filosofo mostrando una galleria di ritratti -, il mio grande amore. morto nel ’92 di Aids» [...]. «C’è di mezzo anche la sua morte nel mio riavvicinamento al cattolicesimo che, d’altra parte, non ho mai abbandonato polemicamente. Oggi credo a un cristianesimo senza il Papa, senza l’etica sessuale, senza il peccato. [...] Sono un mezzo credente, un credente debole». Vattimo ha 64 anni, ha ammesso a se stesso la sua omosessualità che non ne aveva ancora trenta, è passato, in più di un quarto di secolo, dal mimetismo all’outing, fino a quella che lui definisce una posizione di favore acquisita «anche» grazie al suo essere gay. [...] . La sua è la storia di un uomo, ma anche di un modo di sentire la propria sessualità scomoda. E di viverla. (Gianni Vattimo a Dario Cresto-Dina)