Antonella Stocco, 12/06/2000, 12 giugno 2000
Monica invece aveva fatto di peggio, dopo sette mesi di convivenza sul filo del collasso: aveva mangiato
Monica invece aveva fatto di peggio, dopo sette mesi di convivenza sul filo del collasso: aveva mangiato. Gnocchi al gorgonzola, per l’esattezza, divorati di nascosto nella cucina di un ristorante dove Marco la portava spesso, perché lei lo guardasse mangiare. Non doveva, questo non rientrava nei nostri folli patti, ha annotato minuziosamente Marco Mariolini nel suo diario (Il cacciatore di anoressiche): «Ormai quel delicatissimo equilibrio, 38 o 40 chili, si era rotto. Lei non aveva scampo: l’avrei portata a morte per denutrizione, avrei dato sfogo alla mia libidine sessuale fino alla nostra morte. Se voleva vivere doveva uccidermi: quattro martellate e la gola recisa, ma non l’ha fatto fino in fondo...». Sembra una storia semplice, una storia del Nord, di nebbia e di morte tra Bergamo e Brescia. Ma è una storia senza finale e senza risposte: Mariolini [...] è stato appena condannato a trent’anni per l’omicidio di Monica. In aula ha ringraziato spiegando ai giudici che in 40 anni non è mai stato felice come in carcere; che fuori avrebbe senz’altro ucciso ancora donne anoressiche [...]. E ha chiesto di essere trasferito in un manicomio giudiziario. Ma per la giustizia è sano di mente e nessuno sa cosa fare di lui.