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 2000  luglio 05 Mercoledì calendario

Nel febbraio del 1938, pochi giorni prima di morire, Gabriele D’Annunzio, ormai settantacinquenne, ricevette al Vittoriale Hevelina Scapinelli, vent’anni, alta, bionda, ampie spalle da sportiva esercitate nel tennis e nel nuoto

Nel febbraio del 1938, pochi giorni prima di morire, Gabriele D’Annunzio, ormai settantacinquenne, ricevette al Vittoriale Hevelina Scapinelli, vent’anni, alta, bionda, ampie spalle da sportiva esercitate nel tennis e nel nuoto. Anche lei, come le oltre duecento dame e damine che avevano trascorso almeno una notte nella villa di Gardone Riviera, dovette assecondare le fantasie di un rituale erotico sontuoso e raffinato che sempre preparava ”l’assiduo esercizio carnale”. Il poeta la profumò e le fece indossare un abito nero tutto trasparente, con maniche all’americana e negligès di chiffon da lui stesso disegnati. Ai piedi, calzettoni da adolescente e scarpe bebè in vernice rossa. Per il D’Annunzio della tarda maturità e della ”vecchiezza odiosa” la donna era infatti ”una scienza, non un piacere”, e la scienza presupponeva anche l’arte di selezionare stoffe e pietre, rasi e sete. Perciò pretendeva che le sue amanti si presentassero con collane lunghe fino all’ombelico, interminabili bocchini d’avorio, ampi scialli fiorati o impalpabili sottovesti di fili d’argento, tunichette in pizzo di metallo o vesti leggere e svolazzanti che si aprivano a corolla nelle tonalità del rosa, del nero, del verde pisello. Ogni signora doveva interpretare, di volta in volta, ruoli diversi: la pantera fatale, la nobildonna esangue, la pingue canzonettista, l’adolescente sognante e perversa. Anche il Vate sfoggiava con le amanti un intimo prezioso e ricercato: canottiere elasticizzate, slip cifrati color rosa salmone, pigiami di seta, sontuose vestaglie da notte ricamate col motivo augurale della melograna. Secondo la leggenda, una volta spedì alla sarta Biki una manciata di pietre dure accompagnate da un biglietto: «Voglio camicie con questi riflessi».