Silvio Bertoldi, Corriere della Sera, 21/08/1997., 21 agosto 1997
Il 18 settembre del 1944 alle nove di mattina il dottor Donato Carretta, direttore del carcere romano di Regina Coeli durante l’occupazione tedesca, aspetta a Palazzo di Giustizia di testimoniare al processo contro Pietro Caruso
Il 18 settembre del 1944 alle nove di mattina il dottor Donato Carretta, direttore del carcere romano di Regina Coeli durante l’occupazione tedesca, aspetta a Palazzo di Giustizia di testimoniare al processo contro Pietro Caruso. Maria Ricottini, una donna vestita di nero, gli punta il dito contro urlando: «Assassino, sei stato tu che hai consegnato mio figlio ai tedeschi, che hai fatto uccidere mio figlio!». Carretta, che non ha colpe, è assalito dalla folla: «Cento mani calano sull’infelice, Carretta è colpito ferocemente a pugni e calci con le sedie che gli vengono fracassate sulla testa. Gli strappano i vestiti, lo calpestano, lo inchiodano a terra. Lui riesce ad alzarsi e a fuggire all’interno del Palazzo, a chiudersi in una saletta nascondendosi sotto a un tavolo, ma lo scoprono, lo trascinano verso una finestra per gettarlo nel vuoto, Carretta riesce ancora a sottrarsi, sullo scalone esterno lo ripigliano e ricominciano il massacro. Un tenente dei carabinieri tenta di salvarlo infilandolo prima in un tassì, poi in una camionetta militare, ma è inutile. ormai un sanguinante pupazzo in mano ai ”vendicatori romani”. Viene portato fin sulle rotaie del tram, una vettura che avanza deve tagliarlo in due, il tramviere si rifiuta, gli danno del fascista, allora estrae la tessera del partito comunista e risponde: ”Non sono un fascita e nemmeno un assassino”. Ma Carretta deve morire. Lo scaraventano nel Tevere, lui tenta di nuotare e subito una barca si stacca dalla riva e lo raggiunge. In due lo colpiscono con i remi sulla testa, si allarga sull’acqua la macchia di sangue e infine il cadavere è tirato in secco, eppure non basta ancora. Trascinato per i piedi sul selciato fino a Regina Coeli, Carretta è appeso a testa in giù all’inferriata del carcere, così che possa vederlo sua moglie affacciandosi e che un giorno lo sappia suo figlio, ora prigioniero in Germania per essersi rifiutato d’aderire alla Repubblica di Mussolini».